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Tutta la verità sulla mia gravidanza

SOLTANTO LA VERITà

VI RACCONTO LA MIA GRAVIDANZA

Quando sono rimasta incinta è iniziato, per me, un percorso di vera  e propria rinascita.

Come ogni nascita, anche il percorso di rinascita è caratterizzato da momenti duri.

Desideravo con tutta me stessa un bambino, da quando ne ho memoria. Ma quel mese di Maggio in cui iniziava la “fase 2” della pandemia che ci ha travolti, proprio non pensavo di essere incinta.

La mia gravidanza è stata sana, fisiologica, è iniziata con un leggero timore e tantissima euforia. Tutti si stupivano di quanto fossi energica, allegra, senza il minimo accenno a nausee o sonnolenza. Mi sentivo come irradiata da luce nuova.

Un giorno di Giugno prenoto la mia prima visita che sarebbe stata da lì a qualche giorno, ma subito dopo averla prenotata mi accorgo  di avere delle perdite ematiche.  Nel giro di qualche secondo inizia la corsa al Policlinico Gemelli. Ho pianto per tutto il tempo. “Ecco,era troppo bello per essere vero!”mi dicevo.

Arrivati al policlinico non mi fanno entrare perché la mia temperatura era oltre i 38 gradi. “Mi sale la febbre ogni volta in cui piango” dicevo all’operatore alla porta.

Ma il covid era uno spettro ancora presente, e così sono rimasta fuori in attesa di calmarmi.

Come immaginavo, dopo qualche respiro profondo e aver smesso di piangere la temperatura rientra nei parametri NO COVID.

Mi sento sul lettino e mi dico che devo essere forte, che qualunque cosa mi diranno saprò processarla.

Inizia la visita e la dottoressa mi indica il monitor.

Così, in maniera inaspettata, quella è stata la prima volta che ho visto mio figlio.

“Sta bene, guardi che bella cameretta gestazionale che ha”.

La parola cameretta mi ha fatto subito pensare al futuro. Mi ha fatto subito pensare ai colori.

Erano solo perdite da impianto, a quanto pare molto comuni, anche se nel mio caso erano accompagnate da un bel po’ di mal di pancia. Dopo la visita mi viene fame, abbiamo mangiato dei panini.

Il giorno dopo iniziano delle nausee fortissime, che mi hanno accompagnata fino al sesto mese.

 Ogni giorno, in ogni istante della mia estate.

La pancia cresceva, io ero felice. Mi sentivo mamma, mi piacevo.

Di notte avevo la sindrome della gamba stanca (ovvero mi scattava da sola).

Faticavo a bere l’acqua che mi serviva, faticavo a digerire qualunque cosa.

Ho attraversato attimi in cui specchiarmi e vedere la pancia grande mi faceva sentire schiacciata da dentro, temevo letteralmente di implodere, di non riuscire più a respirare. Erano attimi,certo, ma c’erano.

Ho fatto introspezione tutti i giorni, ho fatto pensieri cupi di cui mi sentivo in colpa.

“Guarda che sei fai brutti pensieri o sei arrabbiata o agitata il bambino lo sente”.

Tutto sommato, però, questi pensieri arrivavano e sparivano. Ho imparato a controllare la mia mente, almeno in quella fase della mia vita.

Trascorrevo le mie giornate lavorando al mio progetto e leggendo,leggendo,leggendo e studiando metodi educativi. Vagliavo ipotesi, teorizzavo, ricercavo, mettevo in discussione, mi impegnavo.

 Volevo essere pronta, volevo che il mio bambino avesse tutto.

Tutti mi dicevano di “tenere d’occhio la luna” per fare una previsione di quando sarebbe avvenuto il parto. Mancavano ancora tanti giorni, nemmeno ci pensavo che quella sera in effetti a mezzanotte sarebbe entrata la luna nuova. A mezzanotte e dieci, mentre ero a letto con l’uomo della mia vita, mi si rompono le acque. “Ho perso il tappo mucoso” ho detto immediatamente. Ma quel fiumiciattolo non si arrestava, allora ho guardato il materasso e ho capito. Mi si erano rotte le acque, bisognava correre in ospedale.

Io e Giulio scoppiamo in una risata profondissima, isterica. Rido mentre mi lavo, mentre mi vesto. Giulio ride mentre chiama mia mamma per dirle “è arrivato il momento, stiamo andando in ospedale”. Mia mamma al telefono era incredula, ma in circa 6 minuti precisi era già a casa mia.

È mezzanotte e mezzo. Sono pronta! Prima di chiudere la porta guardo il corridoio e dico “la prossima volta che entrerò qui avrò Mattia in braccio.”

Ci mettiamo in macchina, nel frattempo la acque continuavano a scorrere (non è come nei film, è un fiume continuo e va avanti davvero a lungo).

Vi risparmio la trafila dell’ospedale, tamponi ecc.

Saluto mia mamma e Giulio e salgo in camera. Sono le 3 di notte.

Sono le 5 del mattino, inizio ad avvertire le prime contrazioni. “possibile che sono così leggere?” continuavo a dire.

E no, non era possibile. Verso ora di pranzo iniziano ad intensificarsi. Pranzo lo stesso.

Pomeriggio di contrazioni dolorose e continue, avevo sonno. Le mie compagne di stanza mi aiutano, ognuna di loro mi consiglia un particolare movimento da fare con il bacino per sentire meno dolore. Io li provo tutti, ma la verità è che non funziona niente.

Avevo fatto la visita anestetica, qualche settimana prima, per avere l’autorizzazione al parto analgesia (epidurale).

Chiedo l’epidurale tutto il giorno ma nulla, non ho ancora raggiunto la dilatazione necessaria (pare che sia necessario essere dilatate almeno 5 cm).

CAPISCO QUINDI DI ESSERE IN UN CIRCOLO VIZIOSO:

Se non mi passa il dolore non riesco a dilatare. E se non riesco a dilatare non possono farmi passare il dolore.

Passano le ore, mi controllano la dilatazione costantemente ma nulla. Io sono esausta.

Verso mezzanotte si aggunge un centimetro ai 3 di dilatazione fissi che avevo dalla mattina precedente. Mi portano il sala parto per fare l’epidurale, finalmente!

La mia ostetrica si chiamava Irene, subito dopo aver fatto l’epidurale mi ha accarezzato la faccia per farmi addormentare e recuperare un po’ di forze.

Dormo tra le sue carezze. Da lì a poco sarebbe nato mio figlio.

Ma questo ve lo racconto nel prossimo articolo.

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